Jüdisches Museum | Daniel Libeskind

Judisches Museum_Libeskind

Judisches Museum – Libeskind

Nel 1988 venne bandito il concorso di progettazione per il Jüdisches Museum, dopo anni di dibattiti per riavere un museo della cultura ebraica in Germania, a seguito della chiusura di quello esistente, in  Oranienburger Straße, da parte del regime nazista nel 1938.
Tra gli oltre 150 progetti fu scelto quello di Daniel Libeskind. Mai come in questo caso il progettista si immerge totalmente nel progetto architettonico. Libeskind è infatti ebreo, di nazionalità americana, figlio di ebrei polacchi deportati e molti componenti della sua famiglia furono uccisi durante l’Olocausto.
Il progetto, divenuto uno dei simboli dell’architettura decostruttivista, è denominato “Between the Lines” ed inaugurato nel 2001. Data la particolare forma dell’edificio in pianta, può ricordare una stella di David destrutturata ma anche un fulmine, infatti è stato soprannominato dai berlinesi der Blitz. La forma dell’edificio è nata anche per tentare di salvare la maggior parte degli alberi presenti sul sito.
Il progetto è ricco di significati. La struttura dell’edificio in cemento armato a vista è ricoperta da pannelli in zinco, lucidi ma gelidi, ed ha la forma di una linea spezzata, a volte interrotta, a simboleggiare la difficile storia ebraica. L’obiettivo è la realizzazione di spazi che puntano sul concetto di distruzione, di vuoto e  di assenza, mentre i percorsi sono spesso interrotti da sei imponenti torri in cemento nelle quali non è possibile accedervi, ma solo affacciarsi per osservare lo spazio vuoto al loro interno.
L’unica torre che fa eccezione è quella del “vuoto della memoria”, qui sulla pavimentazione,  composta da 10.000 lastre di metallo a forma di volto umano, si può camminare facendo rimbombare nella torre il suono lugubre delle lastre di metallo, rendendo l’ambiente ancora più cupo e suggestivo. Quest’opera, dal nome simbolico “Shalechet” o “Foglie cadute”, è stata realizzata dall’artista israeliano Menashe Kadishman.
Il progetto originale fu pensato come una vera e propria opera scultura spirituale, che racchiudesse in sé la storia tormentata e drammatica del popolo ebraico e dell’Olocausto. L’intento dell’architetto era infatti di lasciare vuoto l’edificio, ma i committenti non accettarono l’idea e dopo due anni dall’inaugurazione venne allestita la mostra al suo interno.
L’edificio non ha un suo ingresso, per accedervi bisogna entrare nel Koleggienhaus, edificio barocco ex sede del Berlin Museum, scendere una ripida scala e attraverso un percorso sotterraneo oltrepassare una ferita nel cemento. Dal livello sotterraneo partono tre percorsi, a volte lunghi, stretti, e claustrofobici, che si intersecano tra di loro: l’asse della continuità, l’asse dell’esilio o emigrazione e l’asse dell’Olocausto.
L’asse dell’esilio è caratterizzato da muri che ostacolano o interrompono il percorso costringendo il visitatore a doverli aggirare. Il percorso si conclude nel giardino dell’esilio al quale si accede spingendo faticosamente una pesante porta. Il giardino è composto da 49 pilastri alti sei metri sui quali è posta della vegetazione. Il pavimento è lievemente inclinato, quanto basta per destabilizzare il visitatore che si trova in un ambiente dove non vi sono uscite e non si può guardare all’esterno, ovunque si vada ci si ritrova di fronte ad un muro di cemento. Si può solo guardare in alto, vedendo il cielo e gli alberi di Olivagno, simbolo di pace e prosperità.
L’asse dell’Olocausto è un percorso cieco, che diventa sempre più stretto e buio fino ad arrivare alla Torre dell’Olocausto, con una sola entrata e senza uscita. La torre, un blocco di cemento alto 20 metri, non è climatizzata ed è illuminata solo da una feritoia nella parte alta che permette anche l’ingresso di qualche rumore dall’esterno. Questo per portare il visitatore in un ambiente di forte impatto, caldo d’estate o freddo d’inverno, poco illuminato e con rumori che arrivano dall’esterno non facilmente comprensibili, a ricordare la condizione degli ebrei nei campi di sterminio.
Il percorso più lungo, l’unico che sale negli altri tre piani dell’edificio, è l’asse della continuità. Il percorso attraversa le scale e le sale, caratterizzate da travi poste in maniera irregolare, che sovrastano e incombono sui visitatori, da feritoie con una geometria “spigolosa”, angoli acuti e muri “taglienti”. Le feritoie, strette e lunghe lungo tutto l’edificio, sembrano quasi delle cicatrici sulla storia ebraica, e sono state pensate e disegnate dal progettista unendo sulla pianta della città i luoghi dove abitavano importanti cittadini prima della guerra mondiale.
Oggi con 15.000 metri quadri e oltre 3.000 metri quadri di spazio espositivo, il Jüdisches Museum vanta di essere il più grande museo ebraico d‘Europa. Qui si può visitare la mostra permanente che ripercorre con importantissimi reperti, oggetti, fotografie e video i 2000 anni di storia ebraica in Germania, sezioni dedicate a personaggi ebrei più conosciuti, come il filosofo Moses Mendelssohn, il pittore Felix Nussbaum e l’imprenditore tessile Levi Strauss, oltre a molte mostre temporanee che vengono organizzate periodicamente.
Nel 2007 è stata realizzata la copertura, progettata da Libeskind, nel cortile del Koleggienhaus per creare uno spazio polivalente. La struttura in acciaio e vetro, che prende il nome dalla  capanna ebraica “Sukkah”, è sorretta da quattro fasci di pilastri che si diramano come alberi creando un particolare intreccio sulla copertura.

Progettista: Daniel Libeskind
Realizzazione: 1991-1999

 

 

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